Comunicazione politica o politica di comunicazione?

Che cosa unisce la cravatta rossa di Matteo Renzi alla festa dell’Unità, le felpe con i nomi delle città di Matteo Salvini, le foto dei viaggi sui mezzi pubblici di Luigi di Maio? Apparentemente nulla, tanto sono distanti i protagonisti sopra elencati e i loro rispettivi partiti di riferimento, ma un denominatore comune c’è: l’idea che, nella stagione dominata dai new media, conti soprattutto il racconto, il marketing della politica. Con la progressiva personalizzazione della scena pubblica si è affermata una nuova e potentissima arma: lo story telling. La capacità di raccontarsi non è un male, ci mancherebbe. Noi italiani, ad esempio, siamo stati dei pessimi promotori di noi stessi, della nostra storia, del nostro patrimonio artistico e delle nostre eccellenze e questa mancanza l’abbiamo anche scontata in termini di opportunità, competitività e qualche punticino di Pil. Il cortocircuito si crea quando lo story telling diventa non un semplice strumento di propaganda ma l’essenza stessa di un progetto politico. Oggi, per colmare il sentimento di distacco dei cittadini dalla politica, si punta sull’identificare i candidati con la “gente comune”, farli sentire vicini; prima ancora delle idee e dei programmi conta il sentimento di empatia che si riesce a creare. Nonostante si parli di superamento della rappresentanza per l’approdo ad una politica più partecipata, mai come ora assistiamo ad un forte centralismo. Gli elettori sono oggi consumatori di prodotti politici, orientano le loro scelte di voto come quando si muovono tra le corsie di un supermercato: cosa è più conveniente? Perché non provare la novità? Quale prodotto rispecchia lo stile che vorrei avere? Così quella che sembra una volontà che sale dal basso altro non è che l’accettazione di pacchetti già confezionati al vertice da una politica che non sa più guidare ma solo assecondare le dinamiche del consenso. Alle associazioni di promozione sociale e formazione come noi si apre una grandissima sfida: superando la dimensione anacronistica delle appartenenze, cercare di costruire delle coscienze critiche di “consumatori socio-politici”, persone pensanti che si orientino non sulla base delle emozioni del momento ma sulla base di punti di riferimento chiari e riconoscibili. Oltre alla forma siamo ancora interessati alla sostanza.

Andrea Bossi – Acli Provinciali di Lodi

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