Giocare d’attacco, da cristiani nella città: il mio punto di vista

di Marco Rovere

Le questioni toccate dal dibattito pubblico di questi giorni nell’imminenza dell’inizio della discussione parlamentare sul D.d.L “Cirinnà” hanno suscitato in me alcune riflessioni; da credente che è cittadino (cfr. Papa Francesco al Convegno di Firenze) sto cercando di comprendere la realtà dell’agone sociale, politico e culturale lasciandomi guidare, per quello che posso, secondo la mia sensibilità, dalla Parola di Dio, dal Magistero della Chiesa, dalla Costituzione della Repubblica, e, nel mio servizio nelle ACLI, dallo Statuto dell’Associazione; in questo orizzonte, e tra questi riferimenti, mi sembrano più che mai attuali i tratti del dialogo individuati da Paolo VI nell’ “Ecclesiam suam”- “chiarezza”, “mitezza”, “prudenza pedagogica”- che hanno come finalità “l’unione della carità con la verità, dell’intelligenza con l’amore”; quest’ultimo aspetto è stato pure ripreso da Papa Francesco nella “Lumen Fidei”. 

Questo paradigma di discernimento apre davanti a me alcune piste di riflessione. La prima riguarda il profilo di (il)legittimità costituzionale che secondo me presenta il D.d.L in oggetto: disponendo che alle unioni civili- i cui contraenti possono essere dello stesso sesso- si applicano le norme del Codice Civile (primo libro) sul matrimonio, crea un’antinomia rispetto all’art. 29 della Costituzione, così come anche interpretato dalla Corte Costituzionale nella sentenza 138/2010, che riconosce come elemento peculiare e fondamentale del matrimonio la differenza sessuale dei nubendi. E’ presente, dunque, una violazione della Costituzione c.d “per norma interposta”, in cui il parametro è l’art. 29 della Costituzione e la norma interposta gli articoli del Codice Civile che regolano il matrimonio a cui rimanda il D.d.L “Cirinnà”. Un altro principio costituzionale che mi pare violato è quello di uguaglianza, che significa trattare in modo eguale situazioni eguali e in modo diseguale situazioni diseguali: ora, appare evidente come il matrimonio e la c.d “unione civile”, vuoi per la differenza sessuale dei contraenti, vuoi per il potenziale procreativo presente nell’uno e non nell’altra, sono situazioni diverse, che necessitano di norme diverse.

 

E queste norme diverse vanno fatte, il legislatore doveva, da tempo, adoperarsi con competenza per vararle, collocandole nel giusto ambito, che parte dall’art. 2 della Costituzione sulle “formazioni sociali”, passa per un principio generale dell’ordinamento che è quello dell’autonomia privata, e trova la sua declinazione nel libro quarto del Codice Civile su obbligazioni e contratto: e chi ha studiato un po’ di diritto sa che la “sedes materiae” è un argomento che contribuisce a chiarire il significato e la “ratio” di una disposizione.

 

Come cattolici, dovevamo fare delle proposte in questo senso e portarle in Parlamento, e qui vado a toccare un secondo punto: il luogo deputato alla discussione delle proposte legislative, in cui lavorare per questo, è il Parlamento, non altro. Se, però, come cristiani in Parlamento contiamo poco o nulla, è logica conseguenza che non riusciamo ad incidere sulle scelte di politica legislativa: se siamo veramente “lievito nella pasta” della società del nostro Paese, dobbiamo esprimere cristiani seri che portino le istanze dei rappresentati in Parlamento; se questo non succede, è perché siamo divisi. La prima cosa sincera che, da credenti che sono cittadini dobbiamo fare, è riconoscere questo, altrimenti faticheremo invano.

Ho notato, inoltre, che, in questi giorni, l’oggetto della discussione, che tocca una dimensione antropologica da custodire come un tesoro prezioso, sia diventato oggetto del contendere di opposte tifoserie, con vessilliferi assai discutibili, di strumentalizzazioni a buon mercato, che evidenziano come oggi sia difficile instaurare un dibattito serio ed approfondito, di cui dovrebbe essere capace una società libera, plurale e democratica, come si vanta di essere quella italiana.

 

Come credenti, penso che siamo, oggi più che mai, chiamati siamo chiamati a promuovere, senza arroccamenti difensivi, ma “giocando d’attacco” (cfr. Papa Francesco, Veglia GMG 2013 Rio) la bellezza di ciò in cui crediamo, la bellezza di una vita spesso segnata da tante fatiche, quelle fatiche- la difficoltà di trovare un lavoro, di trovare stabilità nelle relazioni interpersonali, di essere protagonisti in una società che sembra chiudere prospettive di giustizia e solidarietà alle nostre generazioni- a cui le Acli, di cui, seppur giovane, mi sento parte viva, ogni giorno dedicano la loro azione di promozione sociale. E lo dobbiamo fare anzitutto impegnandoci in prima persona in politica, “la forma più alta della carità” (G. B Montini ai fucini, 1931), che ci porta ad estendere la nostra capacità e il nostro di desiderio di amare- una parola citata non sempre a proposito in questi giorni- alla nostra comunità, al nostro Paese, al mondo intero, quell’amore che ha il suo paradigma nell’offerta pasquale di Gesù sulla Croce: lasciamoci plasmare e guidare da Lui, e sperimenteremo che stare con Gesù nella città è un dono bellissimo, coinvolgente, che ci cambia la vita. Tutto il resto passa.

 

 

 

 

 

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