Archivio mensile:aprile 2016

Quale futuro vogliamo per il nostro Paese.

La prossima settimana si celebrera’ il XXV Congresso Nazionale delle ACLI. Vogliamo dare un contributo in termini di idee e di prospettiva.

Scegliamo di partire da qui, dalle questioni più importanti che riguardano il nostro Paese.

Il Turco Meccanico paga dagli 1 ai 5 dollari l’ora. Come funziona? Molto semplice. Una piattaforma online mette in outsourcing alcune azioni impossibili (ancora) per la macchina per renderle disponibili a coloro che vogliono prestare opera senza vincoli contrattuali di tempi e modi. Non è una trovata estemporanea, ma una costruzione mondiale: se si mettono in fila tutti i turkers, questa azienda conterebbe intorno ai 2 milioni di dipendenti. Questa è la sharing economy, celebrata per la possibilità di condividere e promuovere contenuti tra persone lontanissime, oggi fonte di incredibili ricavi per l’1% dei ricchi del mondo. Infatti, mentre i grandi network della silicon valley continuano ad investire smaterializzando lavoro e diritti, chi lavora in queste piattaforme non gode di alcun beneficio di welfare. Benvenuti nel nuovo feudalesimo digitale, come lo ha battezzato il Financial Times, in cui i nuovi vassalli mettono sulle spalle degli uberlavoratori tutti i rischi imprenditoriali senza neppure pagare le tasse.

Questo è uno spaccato molto chiaro, a nostro parere, su quale sia la china mondiale in termini di lavoro, sempre meno regolato, sempre più in mano alla rendita.

Vogliamo partire da qui per pensare le ACLI dei prossimi anni, perchè c’ è tutto dentro: il lavoro sotto attacco ridotto ad una funzione di mera prestazione d’opera alienata da qualsiasi relazione (il concetto di hit), la nostra missione di associazione internazionale sempre più attenta alle dinamiche di disuguaglianza globali e rivolta alle istituzioni europee come rete di promozione di diritti, la nostra capacità di mobilitazione da esprimere con nuove forme di aggregazione e manifestazione perché, di fronte a queste questioni, non è più con la retorica del circolo che riusciremo ad essere incidenti nella vita delle persone.

Se non rispondiamo a questa domanda, tutto quello che abbiamo pensato sul futuro della nostra associazione e’assolutamente inutile, autoreferenziale, passatista. Ma non perche’ ci sia qualcosa di male in quello che siamo stati, anzi. Ma perche’ non piu’ riproducibile.

L’esempio piu’ calzante e’ proprio la nostra unita’ di base, il circolo. 50 anni fa, era la risposta a due domande: aggregazione, in un tempo in cui era l’unico luogo di incontro della comunita’, e tutela, quando la chiave valoriale che rappresentiamo era sufficiente per generare appartenenza.

Penso che ancora oggi quel modello tradizionale sia strategico, ma il presente lo ha superato; su come sia cambiata l’aggregazione non mi dilungo, ma e’ evidente che non siano piu’ solo i luoghi fisici quelli da presidiare in modo capillare. Sulla tutela e sull’appartenenza mi fermo un attimo: la tutela diventa soluzione del bisogno materiale di una persona (purtroppo sempre piu’ spesso solo questo) e la nostra base valoriale diventa fondamento per la scelta del bisogno e della soluzione. Su questo abbiamo una grande opportunita’ per ricostruire appartenenza.

Siamo riconosciuti dalle nostre comunita’ nella misura in cui riusciamo ad incidere nella quotidianita’ della vita delle persone. E diventiamo riferimento politico non per la C o per la L del nostro acronimo, ma per la capacita’ di incarnare i nostri carismi in risposte concrete, misurabili e a tempo alle necessita’ del nostro tempo.

Il futuro sara’ sempre piu’ dematerializzazione dei rapporti e il nostro carisma sui servizi di comunita’ e di sostegno potrebbe avere una chiave di sviluppo molto interessante: riuscire a tenere insieme la modalita’ online per la costruzione di reti di relazione e quella offline per l’offerta di servizi che saranno sempre piu’ ad alto impatto sociale, come la cura di chi rimane solo, il sostegno alle dinamiche familiari sempre piu’ flessibili (o precarie, per verita’) e l’orientamento alle opportunita’.

Questo non significa perdere politicita’, tutt’altro. Ma non possiamo pensare di esprimerla solo dentro agli organi dell’associazione. I partiti, proprio per l’incapacita’ di tenere insieme idea/azione non esisteranno piu’ tra qualche tempo, per essere sostituiti da contenitori di individui anzi, di individualita’. Il nostro ruolo sara’ determinante nella promozione di una societa’ solidale, giusta ed accogliente se saremo capaci a rendere coerente sempre di piu’ la nostra azione sociale e la nostra capacita’ di elaborazione politica. Mi soffermo un attimo su questo punto.

Siamo dotati di una rete territoriale formidabile fatta di persone che non solo vivono l’associazione, ma sono opinion leader locali che possono costruire, per un pezzetto, reti e visibilita’. Abbiamo competenze e strumenti per essere protagonisti del mainstream di questo Paese, ma siamo troppo tradizionali nella costruzione delle campagne di opinione che promuoviamo. Ed il rischio e’ molto alto: quello di non essere piu’ un movimento popolare, ma identificato come una elite culturale, aggrappata al proprio passato, lontana dal dibattito pubblico.

Piu’ orizzontali, piu’ semplici, piu’ ACLI. A queste sfide si risponde con una rivoluzione organizzativa. Abbiamo bisogno di un soggetto economico e politico territoriale di riferimento che abbia capacita’ di lettura del contesto, elaborazione di soluzioni, gestione dei servizi erogati. Autonomo, ma accompagnato dal livello nazionale per evitare derive che la nostra associazione purtroppo ha gia’ vissuto. Abbiamo bisogno un organo di governance nazionale formato e snello in grado di dare indirizzi nei tempi di vita delle persone e non piu’ nei tempi delle ACLI. Abbiamo bisogno di persone che si appassionino alle nostre scelte, che sottoscrivano i nostri appelli, che partecipino alle nostre campagne d’opinione. C’e’ bisogno di piu’ societa’ e noi siamo la risposta. Perche’ il futuro non esiste, va creato.

 

Nuove identita’, nuova organizzazione

 

I dati fotografano una rivoluzione in corso: il concetto di identita’ culturale nelle nuove generazione occidentali e’ sempre piu’ debole. Un esempio molto semplice: giovani e musica. “La musica non forma piu’ identita’” scrive Gianni Santoro, “Con la tecnologia e’ diventata una fornitura continua che utilizzi e non richiede piu’ coinvolgimento”. Puo’ sembrare inusuale partire dalla musica per dare una lettura del contesto sul quale siamo chiamati ad abitare ma e’ un segno chiarissimo di quale sia la missione dei nostri prossimi anni: costruire coinvolgimento contro l’apatia con gli strumenti tecnologici dei quali non possiamo fare a meno ( considerato che il 75% dei 14-29 si informano su facebook). Coinvolgimento su campagne d’opinione specifiche, su valori tradotti in azione. Per questo l’idea di creare dei circoli tematici alleggerendo dalla dinamica del riconoscimento formale dell’associazione potrebbe essere un modalita’ di aggregazione piu’ vicino ad un modello di vita flessibile e ricco di interazione come e’ quello dei ragazzi. Dal coinvolgimento alla formazione, e’ il percorso su cui dobbiamo investire perche’ e’ del tutto inutile parlare di formazione se non sai su chi farla o se la facciamo su coloro che gia’ esprimono sensibilita’ sociale. Questo vale sui ragazzi del Servizio Civile, terreno fertile sul quale abbiamo gia iniziato ad investire forte con questo percorso. Anche e sopratutto sui ragazzi in servizio all’estero vero ponte immaginario e sostanziale con le nostre realta’ e che potrebbero affiancare, con nuovi servizi innovativi, le nostre tradizionale forme di presenze nel mondo: gli sportelli “Nuovo mondo”, in fase di progettazione, potrebbero diventare un punto di riferimento importante per la nuova immigrazione di opportunita’ e necessita’. Costruire uno spazio di relazione, infatti, sta diventando sempre determinante per chi sceglie di cercare la propria realizzazione fuori dai nostri confini, ed una occasione per la nostra associazione di rinnovare la nostra fedeltà ai lavoratori mettendo insieme azione e pensiero. Altra azione passa per la riscoperta dei luoghi del sapere nei quali possiamo essere punto di riferimento. Pensiamo alla universita’ dove, come sta succedendo ad esempio a Cagliari, i gruppi di Universitari Aclisti sono ormai una realta’. Una opportunita’ di ricambio consapevole e di alto standing assolutamente necessario per l’organizzazione e sara’ la sfida dei prossimi anni.

 

La scelta cristiana

 

Riteniamo che una gioiosa ed appassionata scelta di vita cristiana sia alla base del nostro impegno associativo; una scelta non escludente, che ci invita a “giocare d’attacco”, come attori protagonisti della scena del nostro tempo, come “credenti che sono cittadini”, consapevoli che l’impegno nella città, nella molteplicità delle sue forme, è forma alta, impegnativa, ma profondamente affascinante, del desiderio e della capacità di amare che noi gioani portiamo nel cuore.

Desideriamo lasciarci interrogare dalla Parola di Dio, “lampada per i nostri passi e luce sul nostro cammino”, trovando momenti di discernimento comunitario, in cui metterci in ascolto della voce dello Spirito, “che soffia dove vuole”, desideriamo lasciarci plasmare dal dono pasquale di Gesù: la Sua Incarnazione e la Sua Pasqua sono imperativo che ci spinge ad immergerci nella carne viva della realtà che abitiamo, così come è, con le sue fragilità, le fatiche nostre e di tanti nostri coetanei, ma anche con i meravigliosi fiori di speranza da cui è costellata.

Vogliamo rispondere “eccoci” alla vocazione che ci ha indirizzato il Papa al Convegno Ecclesiale di Firenze: Giovani (…) vi chiedo di essere costruttori dell’Italia, di mettervi al lavoro per una Italia migliore. Per favore, non guardate dal balcone la vita, ma impegnatevi, immergetevi nell’ampio dialogo sociale e politico. Le mani della vostra fede si alzino verso il cielo, ma lo facciano mentre edificano una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento. E così sarete liberi di accettare le sfide dell’oggi, di vivere i cambiamenti e le trasformazioni.

 

Europa: una strada per realizzare le proprie idee.

 

La parola crisi viene utilizzata da anni ormai per definire un periodo, il nostro, di scarse risorse finanziarie. È una parola che evoca sfiducia e scoraggiamento ed è stata utilizzata tante volte (e continua ancora ad esserlo) come deterrente e scusante per giustificare l’impedimento nel creare e realizzare. Non è semplice lavorare in un contesto sociale nel quale la crisi è diventata, ormai, uno stato mentale che genera immobilità, dobbiamo però dimostrare ai nostri giovani che le risorse ci sono, sono tante, spetta a noi imparare a catturarle ed a gestirle in modo da poter trovare la libertà di pensare e fare proposte che diano nuovamente occasioni concrete, fiducia e coraggio. Un ottimo strumento per ripartire è indubbiamente l’Europa, che ancora sentiamo lontana ma che ci mette a disposizione tante opportunità mediante diversi programmi. Il problema di fondo è la poca informazione, infatti nonostante le risorse siano stanziate, non tutti sanno che esiste un programma che si chiama Garanzia Giovani, che offre diverse misure di inserimento lavorativo, che esiste un programma europeo creato per stimolare l’imprenditorialità chiamato Erasmus per Giovani Imprenditori e che ogni giorno in tutta Europa migliaia di ragazzi partecipano a progetti di mobilità, formazione e scambi internazionali attraverso il programma Erasmus+. Garanzia Giovani per certi aspetti non ha funzionato come avrebbe dovuto però è una risorsa che va comunque divulgata ed utilizzata perché permette ai giovani inoccupati dai 15 ai 29 anni di poter aumentare la propria “occupabilità” e di giocarsi le proprie carte nel mercato del lavoro. Il programma Erasmus+, invece, offre la possibilità di partire, conoscere nuove culture, confrontarsi con coetanei stranieri e condividere con loro nuove esperienze; è stato ideato con lo scopo di aumentare le competenze e le capacità dei partecipanti ai progetti da una parte e rafforzare le partnership tra associazioni ed enti in tutta Europa dall’altra. All’interno del programma un’esperienza importante e che potrebbe essere significativa è lo SVE, il Servizio di Volontariato Europeo che permette ai giovani sino ai 30 anni di impegnarsi nel volontariato per un massimo di 12 mesi, in un Paese diverso da quello di residenza e praticamente a costo zero. L’esperienza accresce la solidarietà tra i giovani ed è un vero “servizio di apprendimento”, infatti, oltre ad operare a favore delle comunità locali, i volontari acquisiscono nuove capacità e lingue, entrando in contatto con nuove culture. I giovani delle Acli, quindi, devono solamente rimboccarsi le maniche, formarsi e farsi portavoce per poter diffondere, attraverso il sistema capillare dei territori, queste opportunità, rendersi protagonisti e dare un contributo importante affinché il termine “crisi” cessi di essere uno spauracchio ed inneschi un meccanismo che dia nuova linfa e speranza alle giovani generazioni.

 

La “Buona scuola” e la sua “Pessima gestione”

Di Chiara Romano – Coordinatrice GA Brindisi, Coordinamento Nazionale GA

Lo scorso febbraio, nel solco di quanto previsto dalla legge 107/2015 meglio nota come “Buona scuola”, è stato pubblicato il bando di concorso per il reclutamento del personale docente abilitato, da immettere in ruolo nel prossimo triennio a partire da settembre 2016.

Fin qui parrebbe tutto più o meno regolare, l’istituzione di un concorso selettivo per l’accesso al  pubblico impiego, se non fosse che le migliaia di aspiranti docenti (che in maggioranza esercitano la professione da anni) possiedano già un titolo abilitante acquisito previo concorso.

TFA, PAS, Laurea in Scienze della formazione primaria sono alcuni dei percorsi abilitanti con i quali i docenti si presentano ad affrontare l’ennesima selezione. Il primo, in particolar modo, ha previsto prove in entrata estremamente complesse, attraverso le quali i candidati sono stati valutati accuratamente e selezionati per un numero di posti calcolati su fabbisogno regionale: a ciò si aggiungano lezioni, esami, tirocini, prove finali, comuni anche agli altri percorsi.

Una valutazione infinita insomma, basata su sacrifici economici, psicologici e fisici, che aveva già acceso forti malumori, di demotivazione, di rabbia, di scoraggiamento puntualmente inascoltati, e inaspriti in seguito al recente accoglimento in via cautelare del TAR del Lazio dei ricorsi dei docenti non abilitati, a partecipare al concorso. Un caso tutto italiano, di confusione, incomprensione, di sordità.

A cosa è servita l’abilitazione allora? Costituisce concretamente un prerequisito d’accesso indispensabile o è stato puro business? E poi, una riforma che punta alla qualità dei percorsi di istruzione-formazione e soprattutto alla motivazione professionale e culturale di insegnanti e alunni,  sta procedendo davvero nel rispetto del diritto al lavoro e della meritocrazia?

Questi i quesiti più ricorrenti rimbalzati dai docenti, ormai decisi ad opporsi seriamente con la richiesta di un canale preferenziale di reclutamento e l’annullamento del cosiddetto “concorso truffa”, all’aula parlamentare attraverso un’interrogazione rivolta alla Ministra Giannini, che sembra però perseverare individualmente per la sua strada.

È una tematica importante e attuale che coinvolge oltre 165 mila docenti, ma che non sale molto agli onori della cronaca. Una problematica seria di precariato e svalutazione umana prima che professionale, da risolvere con urgenza ed efficacia in quello che si definisce uno stato di  diritto.

Le prospettive della “Buona Scuola”, ad oggi, risultano tutt’altro che positive.

 

Riina e Rai: la “mala” educazione

di Matteo Bracciali – Coordinatore Nazionale Giovani delle ACLI

Ci sforziamo ogni giorno nella lotta a tutte le forme di criminalità, perché una delle cose sulle quali questo Paese non riesce a trovare pace e’ la ricerca del senso di giustizia legato sia all’aspetto sociale, di uguaglianza e di opportunità, che a quello sostanziale,  al rispetto delle regole.

Investimenti pubblici, sforzi del volontariato, valorizzazione dei buoni esempi. Poi una sera Raiuno, nel proprio salotto buono, invita a parlare Salvo Riina, figlio di cotanto padre Salvatore, mafioso passato in giudicato, per promuovere il suo libro. una intervista surreale: “La mafia e’ tutto e niente”, “Falcone e Borsellino? Io ho rispetto per tutti i morti, non giudico quello che hanno fatto in vita”. Queste sono due delle frasi che mi hanno colpito di piu’, e credo che colpiscano anche chi e’ in prima linea sul fronte educativo contro tutte le forme di criminalita’.
Prima considerazione: il ruolo della televisione pubblica. Voglio avere un approccio moderno, non sono tra quelli che chiedono solo alta cultura e approfondimento, ma c’e’ un limite per chi detta la linea editoriale, a differenza di chi lo fa in una rete privata: lo share ed il sensazionalismo non sono gli unici metri di giudizio applicabili. Non è accettabile sacrificare il senso civico sull’altare di questi valori. Ed il senso civico e’ la necessità di salvaguardare gli spettatori da un messaggio falsato, come quello lanciato da Porta a Porta, in cui è stata “umanizzata” la mafia: infanzia tranquilla, la famiglia prima di tutto, il bastone della vecchiaia.
Seconda considerazione: è davvero informazione questa? Mi chiedo se con tutte le questioni aperte in Italia e nel mondo, fosse davvero il caso dedicare uno spazio nobile del palinsesto pubblico ad una gigantesca marchetta ad un mafioso. La mia risposta è no.
Terza e ultima considerazione: ma con tutti i giovani freelance che si spaccano la schiena e rischiano la vita per fare giornalismo d’inchiesta, vocazione malpagata ma fondamentale in democrazia,  e’ possibile che ancora Vespa possa dettare le regole della democrazia televisiva dalla rete ammiraglia del servizio pubblico? Francamente credo proprio di no.