Archivio mensile:settembre 2016

365 giorni di diversità a 16000 chilometri da casa: piccola riflessione di una giovane aclista a fine servizio

Di Rosaria Santoro – Volontaria in Servizio Civile presso il Patronato Acli Melbourne

16000 sono i chilometri che separano Roma da Melbourne, Australia. Era Luglio del 2015 quando appresi la notizia di essere stata selezionata per un progetto di Servizio Civile con sede di attuazione Melbourne presso il Patronato Acli. Il mio nome è Rosaria Santoro, sono prima di tutto me stessa e poi una biologa, con un background in più sull’ecologia.

Quest’ultimo aspetto mi ha spinto a fare domanda per il servizio civile internazionale, desiderosa di vivere la “selvaggia” Australia, e la natura incontaminata che la caratterizza. Non avevo aspettative, se non quella di vivere pienamente questa esperienza ed imparare a superare molti dei miei limiti.

Il lavoro al patronato Acli mi ha permesso di incontrare tanti italiani, supportare attivamente la comunità italiana a Melbourne, e riscoprire il mio paese, attraverso i racconti di chi l’ha dovuto lasciare. E così in poco tempo, ho conosciuto le montagne di Asiago, la Roma sotto la dittatura fascista, Baarìa (proprio quella di Tornatore), e una Calabria più forte e viva che mai. L’esperienza in Australia, i racconti dei vecchi italiani sulla loro terra natia, il loro amore per l’Italia, hanno trasformato positivamente la mia opinione sul mio paese, e mi hanno reso ancora più felice di ritornare.

L’Italia ha un “background” culturale, unico ed inimitabile, composto da una miriade di storie e popoli diversi tra loro, passando dal Nord, fino ad arrivare al Sud (con differenze addirittura tra paesi a pochi km di distanza) ma uniti in un’unica lingua ed un unico sentimento comune di appartenenza. Un’identità che spesso dimentichiamo per insensati fanatismi regionali, o che rivendichiamo solo quando ci sentiamo minacciati dallo “straniero” che solca il Mar Mediterraneo per raggiungere la salvezza, che sia esso una persona in cerca di fortuna o che fugga da una guerra infame.

Questa ricchezza culturale e questa diversità, ora è anche patrimonio dell’Australia, che accogliendo centinaia di migliaia di immigrati italiani nella seconda parte del ‘900, ha assorbito non solo le loro forze, le loro braccia, che hanno contribuito non poco a sviluppare e costruire questo paese, ma anche la loro cultura, i loro dialetti, i loro modi di vivere. Tutto ciò ha condizionato lo sviluppo sociale, in molte città australiane, ed in particolare a Melbourne, per anni il centro dell’immigrazione italiana in Australia, modellando la cultura australiana, rendendola più incline all’esperienza del nuovo e della diversità.

Negli ultimi anni, tanti giovani europei hanno abbandonano le loro nazioni per inseguire il sogno australiano, e tanti altri sono emigrati e continuano ad emigrare in Europa. Ognuno di loro è alla ricerca di una vita migliore, ognuno vive a pieno il disagio della migrazione.

In questo girotondo di movimenti, l’unica costante che si ripete all’infinito, lungo l’asse temporale, è la consapevolezza di essere solo dei numeri. Non è facile, non è stato facile per i migranti di prima generazione e non lo è per noi, non lo sarà mai, perché non c’è cosa più difficile che essere strappati alla propria casa per andare verso ciò che non si conosce.

Oggi, “l’isola grande quanto un continente” è divenuta uno spettacolare mix di tradizioni e culture, che fa invidia a qualsiasi esperimento sociale.

Il fascino scaturisce da una miscela culturale che armoniosamente integra non solo culture nazionali differenti, come greci, cinesi ed italiani, ma che esalta le differenze all’interno delle stesse (come ad esempio le differenze regionali italiane).

Ho imparato a fare zuppe tailandesi, a preparare un matcha latte, a mangiare pizze dissacranti, e che regalare un rotolo di carta igienica ad un compleanno ad un giapponese è cosa ben gradita.

Vivere in questo connubio di culture fa bene e mi ha fatto bene, perché ho superato molti pregiudizi che avevo, ed imparato ad apprezzare ogni aspetto di questa umanità. Ed anche se può sembrare banale, vivere un’esperienza del genere apre la tua mente a nuove prospettive, a nuove idee e sensazioni, che mai avresti provato chiuso nel tuo angolo di mondo.

Io adesso posso dire di capire. Capisco chi è partito disperato cercando un appiglio in un’altra terra e chi ha solo voglia di vivere un’avventura. Capisco i miei coetanei, che sono disposti a raccogliere frutta pur di rimanere in questo paese lontano da tutto ciò che li ha fatti soffrire, capisco chi continua ad identificarsi in un mito e chi ha la forza di trasformare la propria vita in un capolavoro alla Charlie Chaplin. Capisco chi mangia la pizza con l’ananas e prosciutto, e chi si ostina a cercare il vero guanciale di Amatrice anche a Bangkok. Lo capisco perché in tutto ciò c’è una parte di me, di quell’umanità che ci rende tutti simili e parte di questo mondo.

Capisco che è tutto questo a renderci umani, vivi, coscienti di sé e del mondo e che abbiamo sia il diritto che il dovere di sentirci parte di un tutto.

Capisco questa diversità perché l’ho conosciuta in 365 giorni, in un solo tempo, in quel di Melbourne, a 16000 chilometri lontano da casa.

Generazione a titolo gratuito

di Rossella Giulia Caci – GA Modena

All’avvocato a cui era stato affidato l’incarico della ormai totalmente fallimentare campagna #fertilityday era garantito uno stipendio annuo di 236000€. Lo scrivo in lettere, duecentotrentaseimila euro. Ora, per cercare di salvare il salvabile, il ministro Lorenzin chiede pubblicamente ad esperti in comunicazione di partecipare alla campagna #fertilityday. Improvvisamente si apre una possibilità per mettere una persona vagamente competente al suo posto? A titolo gratuito, ovviamente.
Eh no, cara ministro. Non se ne può più di questi stages, progetti, e quant’altro. Ma come diavolo pensa che possa figliare un giovane e ormai anche un adulto fatto e finito se devono andare avanti a progetti, titoli gratuiti, visibilità eccetera?

Oppure anche semplicemente andare via dalla casa dei genitori o mangiare. Non mi sembra che i soldi manchino a giudicar gli stipendi nel pubblico e i macchinoni dei privati. Inoltre, questo sfruttamento cinico e spietato dei giovani ha un nome soltanto: schiavitù. Ecco cos’è, schiavitù. Tant’è vero che gli italiani giovani scappano all’estero a lavorare ormai da anni. Come può pensare che si possa voler bene a una generazione che dà 236000 euro all’anno a una persona dalle competenze molto dubbie e capacità alquanto discutibili, se presenti, mentre quella successiva dovrebbe lavorare gratis per mettere una pezza al non-lavoro di quello vecchio strapagato messo lì senza ragione apparente? Come si può rispettare una generazione, dall’alto della sua cattedra e stipendio, che ti dice che fare ricerca è un hobby? Che devi fare esperienza? Ma ci siete o ci fate?

Ma non temete. La vostra mancanza di visione strategica, per non dire l’oggettivo ben di peggio, porterà questo paese finalmente al definitivo, meritatissimo, sacrosanto collasso, quando non ci sarà quasi più nessuno in grado di lavorare per pagarvi stipendi, contributi, servizi ma soprattutto le vostre adoratissime pensioni. Dopo, forse e dico forse, si riuscirà a ricostruire questo paese e a farlo risorgere dalle sue ceneri, come l’araba fenice.

LAVORO E’… GIOVANI RESPONSABILI

 

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Di Angelo Vecchione – GA Napoli

“Lavoro è… responsabilità”: è questa la conclusione del Campo Estivo di Formazione “LAVORO E’…” tenuto a Napoli dai Giovani delle Acli Metropolitane di Napoli, a cui hanno partecipato giovani provenienti da tutta Italia e dal territorio campano. Il campo è stato introdotto dal Presidente delle Acli metropolitane Gianvincenzo Nicodemo insieme ai Responsabili dei Giovani delle Acli. I ragazzi hanno avuto l’opportunità di incontrare esperti sui diversi ambiti che afferiscono al mondo del lavoro: dalla condizione femminile (con la responsabile regionale del coordinamento donne delle Acli Anna Cigliano) ai temi del lavoro che diventa schiavitù con l’ Avv. Maurizio D’Ago, oltre al lavoro come impresa sociale: tra i relatori erano presenti anche testimonianze di giovani che hanno intrapreso percorsi formativi grazie alle Acli e di giovani che hanno avviato cooperative nell’ambito del Progetto Policoro della Conferenza Episcopale..

Il tema è ispirato dall’emergenza del nostro tempo, ed è stato scelto dai giovani stessi che si vogliono mettere in discussione attraverso le loro opinioni sul mondo che percepiscono, sulla loro realtà. Sono realtà diverse ma tutte uguali, piene di piccole esperienze, di paure, di speranze e di sogni.

Per quanto concerne il metodo di gestione delle attività formative, l’alternanza tra ascolto degli ospiti e momenti di discussione ha fatto nascere una consapevolezza nei ragazzi che esiste un mondo di adulti che li ascolta e che vuole stimolarli dandogli gli strumenti giusti e adatti ad affrontare le nuove sfide che il mondo ci ha messo davanti.

L’intreccio tra la tematica del lavoro e i temi trasversali proposti come la condizione femminile, l’immigrazione e la schiavitù, diritto del lavoro, auto imprenditorialità e Terzo Settore, ha permesso di poter spaziare con i ragazzi facendoglii considerare la complessità del tema a partire dalla domanda “cosa pensi della politica?” introdotta dal Coordinatore GA Nazionale Matteo Bracciali, alla domanda “Che diritti vorresti avere o adeguare sul lavoro?” dell’ Avv. Maurizio D’Ago.

Tra le testimonianze Anna con Vascitour, cooperativa che si occupa di turismo esperienziale, Andrea e Daniela con la loro associazione con cui coltivano e trasformano l’aloe, Stefania con la sua esperienze del Progetto Policoro. Il loro fervore nel raccontare la loro esperienza e come hanno deciso di intraprendere un percorso nuovo, ha fatto riflette i giovani partecipanti ai focus tanto da renderli curiosi sulle opportunità loro offerte.

ga1L’esperienza del Campo resta tangibile nei ricordi e nelle esperienze che ognuno porta con se e ai propri territori, solo così si riuscirà a muovere le conoscenze dei giovani creando una generazione responsabile di se stessi e resiliente.

La vergogna dei test di ammissione all’Università.

Riprendiamo il post su FB di Pietro Casalotto (GA Macerata) sull’abominevole prova di sbarramento per l’accesso alle facoltà a numero chiuso. Poche parole, a volte sono meglio di mille analisi.

“Interessante il caos della Giunta a Roma per carità, ma oggi come nel resto d’Italia è andato in scena l’ennesimo test che impedisce a 5 studenti su 6 di misurarsi con Medicina (e così sarà per tanti altri corsi).

Ancora non riusciamo a capire che dovremmo posticipare le selezioni al termine del 1° anno con criteri di merito (come l’aver superato tutti gli esami, il numero di Cfu ed eventualmente la media di voto) in base ai posti disponibili e al fabbisogno lavorativo nazionale, posticipando i laboratori al 2° anno.
Contando la % di abbandono al primo anno (2 anni fa era tra il 9 e il 10%), gli introiti enormi dalle tasse universitarie che permetterebbero un maggiore investimento sulle strutture e i benefici di fare una selezione sulle effettive materie di studio, questo sistema aumenterebbe la qualità di chi si avvia alla professione e soprattutto la piena consapevolezza di aver fatto una scelta corretta, che di certo non si può avere prima di iniziare.
Il numero chiuso così come è strutturato oggi è uno strumento dannoso e va modificato al più presto. Discorso a parte meriterebbe tutto ciò che riguarda i piani di studio, le modalità d’esame, l’orientamento.”

LA NUOVA IMMIGRAZIONE ITALIANA IN AUSTRALIA

 

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Di Matteo Zinanni, collaboratore presso il patronato Acli Melbourne

Sta destando sempre più interesse nella comunità italiana in Australia e nelle istituzioni il nuovo fenomeno migratorio proveniente dall’Italia verso il “nuovissimo continente” che solo nel 1606 fu “scoperto” dal navigatore olandese Willem Janszoon.

Un’immigrazione sicuramente diversa dal passato, molto più contenuta nei numeri e con caratteristiche diverse. I nuovi italiani hanno infatti un livello medio d’istruzione superiore a quello dei vecchi migranti, sono spesso residenti di breve periodo e sono spinti verso l’Australia non solo dalla volontà di riscattarsi economicamente e socialmente, come era per i vecchi italiani arrivati nel passato, ma anche dal desiderio di conoscere un mondo completamente nuovo.

Il motore della nuova immigrazione, oltre alla recente crisi finanziaria globale scoppiata alla fine del primo decennio del XXI secolo, è sicuramente il Working Holiday Visa(WHV), introdotto nel 2004. Il WHV è un visto particolarmente utilizzato dagli italiani perché permette di visitare l’Australia liberamente, con la possibilità di lavorare full-time, valido per un anno e rinnovabile per un secondo, ma solo se il richiedente ha svolto 88 giorni lavorativi in una delle fattorie o aziende segnalate dal governo australiano.

Soprattutto grazie a questo tipo di visto, la maggioranza dei nuovi migranti può permettersi di vivere l’Australia nella sua totalità, scoprendone la fauna e la flora uniche al mondo, e assaporando il dolce e l’amaro della società australiana.

Sono tante le difficoltà che devono affrontare questi nuovi migranti in Australia, soprattutto quando viene presa la decisione di rimanere per più dei due anni concessi dal WHV. Problematiche che sono dovute alle difficoltà di comprensione della società australiana, delle sue regole, delle sue leggi, della sua lingua e dei suoi costumi, oltre che alla debolezza che generalmente caratterizza nei primi tempi di residenza colui che sceglie di vivere più o meno stabilmente in una società diversa da quella di origine.

Nonostante gli ostacoli, molti di questi migranti vorrebbero rimanere. L’alto tenore di vita, le grandi opportunità lavorative, e la sensazione che il merito sia riconosciuto molto più che in Italia, fanno dell’Australia un nuovo Eldorado per i nuovi migranti italiani. Un Eldorado fatto di sudore, sangue e sacrifici, per costruire una vita migliore, non solo dal punto di vista economico.

Per i giovani migranti di oggi l’Australia rappresenta un sogno, un continente dove poter realizzare i propri desideri. Migranti molto più simili ai loro coetanei australiani che ai vecchi italiani venuti in Australia negli anni ’50 e ’80. Giovani che contribuiscono a costruire, non solo ipoteticamente, ma anche materialmente questo paese, e che vedono nei sacrifici di oggi il ponte per arrivare ad un domani sicuramente migliore.

A questo entusiasmo, a questi sacrifici, fa da contraltare l’assenza di una forte comunità italiana in Australia e di associazioni che si occupino dei nuovi migranti, se non in rari casi, aiutandoli nel viaggio verso una residenza permanente, che è spesso un percorso meramente individuale. Ciò è causato anche dall’incapacità dei nuovi arrivati di creare fenomeni associativi in grado di poterli rappresentare a livello istituzionale, non solo con il governo australiano ma anche con quello italiano.Per Australia

L’aumento del numero di migranti italiani in Australia nell’ultimo periodo, le sue caratteristiche di unicità e la complessità del fenomeno, hanno spinto il COMITES, Committee of Italians Abroad di Victoria e Tasmania, a commissionare alla Deakin University e alla Swimburne University un report sulla nuova immigrazione italiana in Australia, dal titolo, The Journey of ‘New Italian migrants’ (2004-2016) to Australia, gestito dal ricercatore Riccardo Armillei e dal professore Bruno Mascitelli.