Eccoci. Come quella volta che avremmo potuto farlo.

Ho perso i 65 anni di mio papà, appuntamento telefonico della mia domenica.

Ho perso i 60 anni di matrimonio dei miei nonni. Non li sento da molto, da quando il 14 febbraio mi hanno chiamato pensando che fosse il mio compleanno. Ma non lo era.

Perderò a breve  i 55 anni di mamma, quella mamma che non chiamo mai, ci sentiamo solo per messaggio mentre, tra un minuto e l’altro che separa alle nostre distanze, cuce le mascherine per gli ospedali della mia terra. Oh, la mia terra. Mia come dice il mio cuore, mia come dice il mio sangue, degli altri come dice ormai il mio accento perduto.

Perderò la Pasqua, perderò Pasquetta. Non ricordo da quanto tempo non organizzo, non partecipo ad una Pasquetta.

Ricordo a mala pena la libertà della festa, delle occasioni. Della liberazione del 25 aprile, del 1 maggio, feste per tutti noi.

Ricordo pochissimo la spensieratezza degli aperitivi programmati e delle cene spensierate, avvenuto per caso, nel caso dei nostri tempi scanditi da agende e treni e bus e eventi. Ma quali eventi?

Eventi di lavoro.

Sento, in queste quattro mura, il calore dei miei colleghi. Sento la loro gratitudine, il loro supporto, la loro estrema bellezza nello stare lì, fermi, a fare quelli che si deve fare, per gli altri. E forse anche per se stessi.

Ricordo, chiusa tra queste porte aperte di casa mia, il rumore dei treni, i passi svelti della stazione, i bus che portano tutti a destinazione, le macchine frenetiche e impazienti, il respiro dell’attesa che cadenza il tempo tra una fermata e l’altra, verso il posto di lavoro.

Ricordo il camminare solito, noioso e annoiato, quello che in tante occasioni ho pensato: “devo cambiare”, come se cambiare strada volesse dire dare energia alla giornata. Quel camminare che mi porta a prendere il solito caffè. Tra le solite battute.

Ho perso quei passi. Mi fanno male le anche. Già sento l’arrivo del mal di schiena. Come se il corpo si fermasse. Ho perso il corpo. Non mi porta dove devo stare, dove voglio stare, dove mi diverte stare. Il corpo mi tiene ferma nell’attesa, tra questa quattro mura.

In questo corpo fermo, sento il sangue vibrare, continuamente, e con lui la testa: stai tesa, ché sta per passare. Stai in allerta, che stai facendo la cosa giusta. Stai in campana, che bisogna essere presenti a se stessi. Non perderti: lavora, ma lì ferma.

Ho perso le lacrime. Non scendono. Mai. Neanche quando penso che mi mancano così tante persone quante ne ho trascurate nel corso del tempo. Eppure era il mio tempo. E io non c’ero. Ero altrove.

Non riesco ad odiare questo fermarsi. Questa attesa che brucia il corpo e corrode la mente, io, non riesco ad odiarla. Anzi, la amo. Mi dice che ci sono. Mi ricorda che posso scegliere di non essere altrove. Mi racconta della mia solitudine e della mia socialità, del mio benessere, delle mie fortune. È questo stare immobile che mi dice quanto potrei stare in movimento.

Non vedo l’ora che tutto abbia fine. Per riprendere a respirare. Per dirmi che ho fatto bene a resistere, per ogni singola persona che, comunque sia andata e comunque vada, vale la pena avere nella propria vita.

 

Carolina Ciccarelli, Giovani delle Acli Bologna

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