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Giovani delle ACLI


"Le generazioni nuove sono, appunto, come gli uccelli migratori: come le rondini: sentono il tempo, sentono la stagione: quando viene la primavera essi si muovono ordinatamente, sospinti da un invincibile istinto vitale – che indica loro la rotta e i porti!- verso la terra ove la primavera è in fiore!" Giorgio La Pira, 1964

VERSO IL REFERENDUM: ISTRUZIONI PER L’USO

evento-macerataUna sala gremita di giovani under trenta: obiettivo raggiunto per gli organizzatori dell’incontro pubblico Verso il referendum: istruzioni per l’uso realizzato lo scorso mercoledì 9 novembre presso l’Hotel Claudiani di Macerata da I Giovani delle Acli di Macerata in collaborazione con le Acli Provinciali di Macerata.  

Una grande partecipazione di ragazzi che ha piacevolmente sorpreso lo stesso coordinatore nazionale dei GA, Matteo Bracciali: “Devo ringraziare per questa sala, per la prima volta da quando modero iniziative in giro per l’Italia, composta interamente da under 35, frutto del superamento di un pregiudizio che ci siamo raccontati in questi anni, ovvero che i giovani non sono interessati quando invece, la sala di questa sera ci dimostra proprio il contrario: se i giovani vengono coinvolti e ben stimolati, sono assolutamente interessati!”

Ad introdurre il dibattito la coordinatrice dei GA Macerata, Federica Pirro che ha sottolineato come: “La decisione di confermare la serata in questo momento in cui, anche il territorio marchigiano e le sue comunità sono state profondamente segnate dall’evento sismico, è sembrato doveroso ed importante per lanciare un segnale di speranza creando un’occasione per stare insieme, un momento per confrontarsi su una tematica attuale, visto che imminente è anche la scadenza referendaria.”

Infatti, in vista del referendum di dicembre, per promuovere una partecipazione consapevole alla vita politica del Paese, le Acli hanno scelto di intraprendere un percorso che ha coinvolto tutta la rete associativa e che ha consentito la maturazione di un pensiero diffusamente condiviso. Così nelle province sono stati promossi incontri di approfondimento sulla Costituzione che continueranno per tutta la campagna referendaria, perché siamo convinti che gli italiani vogliano sapere, essere coinvolti, partecipare e maturare scelte consapevoli rispetto al nuovo quadro istituzionale che tanto potrebbe incidere nelle vite quotidiane di tutti noi, come ribadito in apertura anche dalla  Presidente delle Acli Provinciali Roberta Scoppa.

Ad approfondire pregi e difetti della riforma costituzionale sono intervenuti il prof Giovanni Di Cosimo ed il prof Erik Longo, entrambi costituzionalisti dell’Università di Macerata. Il rapporto centro/periferia, la legge elettorale, il bicameralismo, il senato, l’abolizione del cnel,  sono solo alcune delle tematiche affrontate dai due relatori al di fuori di qualsiasi logica politica o partitica.

 Pur nella complessità della tematica affrontata, l’evento è stato una piacevole occasione di incontro e riflessionevento-macerata2e, a conferma del fatto che l’imminente scadenza referendaria rappresenta per le Acli una preziosa occasione per riscoprire l’azione politica dell’associazione e l’originaria funzione formativa di movimento di pedagogia sociale e popolare che sin dalle origini ne ha caratterizzato la profonda identità.

 

“Noi giovani lavoratori sappiamo quanto serva modernizzare il Paese”

A seguire il pezzo apparso su L’Unita’ del Coordinatore Nazionale Matteo Bracciali.
“Il Referendum del 4 Dicembre si avvicina ed iniziano, come di consueto di fronte ad uno snodo elettorale cruciale, numerose interpretazioni della composizione socio-culturale degli elettorati: si cerca di definire i diversi profili dei sostenitori del Sì e del No e, sport nazionale tra gli addetti ai lavori, partono le analisi più superficiali e a tratti macchiettistiche riguardano il mondo giovanile.
I “ragazzi” nati dopo il 1980 vengono dipinti come disinteressati e scarsamente impegnati , dormienti di fronte alla realtà. Mentre esiste, ve lo vogliamo dire, una realtà più complessa ed in movimento, una Generazione Sì che ha deciso di raccogliere la sfida di modernizzazione del paese con coraggio, consapevolezza e sfidando con forza il conformismo dell’anticonformismo che a volte affligge la nostra generazione.
Da anni i dati ci raccontano di un aumento costante e sensibile dell’impegno civico dei giovani e dei giovanissimi. Di pari passo con una minor presenza, o meglio una minor fiducia, nella politica organizzata, sempre più ragazzi scelgono di dedicare il proprio tempo e le proprie energieall’associazionismo di ogni genere: sul fronte dei diritti civili, della difesa dei più poveri e per la promozione delle opportunità europee raccogliendo le esperienze di imprenditori, artigiani, giovani coltivatori e lavoratori.
Questa eterogeneità di esperienze e panorami sociali e culturali consente di far vedere ad occhi meno superficiali di quelli che spesso la leggono, la varietà del mondo giovanile, la sua incomprimibile carica di cuorisità e la capacità di farsi carico dei problemi degli altri, in pratica una dimensione collettiva dove essere protagonisti.
Un giovane artigiano o un giovane coltivatore impegnati nella rappresentanza del proprio settore hanno piena consapevolezza di quali lentezze possano affliggere la legislazione del nostro paese. Un ragazzo impegnato nel terzo settore comprende perfettamente come una sfida di modernizzazione del sistema possa impattare sul suo quotidiano e di coloro che deve tutelare in maniera rilevante e immediata. Un giovane volontario che si mette al servizio della propria comunità e spesso dei più deboli e poveri ha ben chiaro quanto sia necessaria la sobrietà delle istituzioni perché queste siano convincenti e credibili, motivo per il quale è’ necessario contenere i costi della politica e fissare limiti retributivi di buon senso.
E’ proprio per questo motivo che moltissimi giovani hanno deciso di sostenere con convinzione la Riforma Costituzionale. Lo hanno fatto e si rendono protagonisti in prima persona nel sostegno delle ragioni del Sì perché colgono l’importanza dell’appuntamento del 4 dicembre. 
Questi giovani hanno consapevolezza che un paese più giusto passa da un sistema che faccia i conti con la rapidità degli accadimenti della contemporaneità, che un paese più efficiente si costruisce con gli strumenti di decisione e di legislazione che devono essere aggiornati e rispondenti ai bisogni dell’oggi, ma sanno soprattutto che oggi si gioca la partita che deciderà quale paese abiteranno nei prossimi vent’anni. Si gioca una sfida culturalmente inconciliabile tra coraggio e timore, tra opportunità e conservazione e che per essere artefici del nostro domani dobbiamo essere protagonisti dell’oggi.
In molti si sono già esposti in favore del Sì al referendum del 4 Dicembre: Confindustria Giovani nella propria assemblea nazionale a Capri ne ha sottolineato l’importanza più volte, lo stesso ha fatto in ottica di investimento sul domani Coldiretti anche nella sua componente giovanile. In altri mondo del cattolicesimo impegnato nel sociale come i Giovani delle Acli fino allo scoutismo molte voci si alzano a sostegno del Sì, così come tra i giovani artigiani di CNA next o nel volontariato da CRI alle misericordie, da Amnesty a Libera.
Con chi si è convinto dell’importanza di giocare questa sfida con coraggio e a viso aperto, abbiamo dato vita ad una rete generazionale che si chiama Generazione Sì che raccoglie l’impegno nella promozione e nella spiegazione nel merito della Riforma e che è lo strumento per poter parlare ai nostri coetanei convincendoli del miglioramento che questa porta. Il mondo giovanile nella sua trasversalità, nella varietà di esperienze e contesti, sarà uno dei campi più importanti dove si giocherà la partita tra cambiamento e status quo e noi giovani volontari, artigiani, imprenditori, coltivatori diretti, Sì, saremo in prima linea.”

Giovani ma poveri: l’ipotesi di un welfare per la crescita

Riportiamo l’articolo del Presidente Nazionale delle Acli Roberto Rossini. 

“La legge di bilancio sembra ridare centralità a una categoria di italiani che non invecchia più. E, per certi aspetti – anche di giustizia sociale – va anche bene.Eppure, rimane in credito nella creazione di una strategia per permettere ai più giovani di invecchiare serenamente. Il messaggio dovrebbe essere: “Giovani state sereni”. In realtà, si allarga il fossato tra le due classiche polarità demografiche, i giovani e gli anziani, che danno luogo al sempiterno conflitto generazionale. In quello combattuto qualche decennio fa vinsero i giovani. In quello attuale sembrano non perdere ancora quegli stessi giovani. I giovani di quel tempo costruirono una democrazia che offriva a tutti reali possibilità di una sostanziale uguaglianza.
Oggi, quella stessa democrazia offre ancora moltissime possibilità, ma… un po’ meno realtà. Occorre ristabilire equità tra le due categorie. I dati sono sotto gli occhi di tutti. Questa settimana tocca alla Caritas ribadire quanto già aveva accennato l’Istat a luglio, ovvero che la tendenza alla povertà è inversamente proporzionale all’età: ora sono i minori e i giovani il problema (e non l’opportunità…); sono ancora le famiglie con più figli ad avere difficoltà economiche. Sono ancora i giovani, anche quando lavorano, a non arrivare a fine mese e a trovare stabilità lavorativa.
La crisi ha penalizzato soprattutto loro, si pensi ai working poor prima e ai Neet adesso. Si pensi anche ai modelli previdenziali disponibili, che offrono qualche garanzia ai più anziani e solo qualche promessa ai più giovani. Se prendessimo in prestito le note categorie di Hirschman per immaginare le possibili controstrategie, allora ne troveremmo tre.
La prima è l’adattamento, si raccatta quel che (lavorativamente e previdenzialmente) c’è, lo Stato offre qualche bonus qua e là e poi cerca di appoggiarsi alla famiglia di origine, titolare di un welfare casalingo, in qualche caso perfino dotato (nei casi più fortunati) di qualche relazione sociale che permette un reale servizio di collocamento professionale. L’adattamento in genere funziona e garantisce a questo grande Paese di andare avanti, magari senza una grande spinta, ma con media soddisfazione della più parte dei soggetti.
La seconda è l’uscita, ed eccoci dunque alla fuga dei cervelli e alla corsa all’estero, dove si gioca con qualche possibilità di più, sia nei lavori più low profile sia per la capacità di valorizzare il merito senza dover attendere una trentina d’anni per il suo (eventuale) riconoscimento. L’uscita consente ad altri Paesi di godere di quanto investito dal nostro in termini di istruzione, sanità, assistenza e altro.
Ci sarebbe infine anche una terza ipotesi, quella più rivoluzionaria, ovvero un movimento sociale di giovani che pone la questione giovanile come questione politica. Ma al momento questa strada non pare realizzabile, sembra più… ripiegata. A meno di sorprese già nel brevissimo periodo.
In realtà la via maestra sarebbe la creazione di in un “welfare per la crescita”, che metta a proprio agio chi inizia oggi a costruirsi una carriera professionale e previdenziale. Ma, appunto, le risorse non sembrano andare in quella direzione. Forse è nello spirito di questi nostri tempi, il desiderio di una giovinezza infinita.
Forever young. Il problema è che amare la giovinezza – a volte – non significa amare i giovani. L’equità generazionale, e la giusta integrazione che deriva dal rapporto tra più giovani e più anziani, è una relazione che va ricostruita.”

365 giorni di diversità a 16000 chilometri da casa: piccola riflessione di una giovane aclista a fine servizio

Di Rosaria Santoro – Volontaria in Servizio Civile presso il Patronato Acli Melbourne

16000 sono i chilometri che separano Roma da Melbourne, Australia. Era Luglio del 2015 quando appresi la notizia di essere stata selezionata per un progetto di Servizio Civile con sede di attuazione Melbourne presso il Patronato Acli. Il mio nome è Rosaria Santoro, sono prima di tutto me stessa e poi una biologa, con un background in più sull’ecologia.

Quest’ultimo aspetto mi ha spinto a fare domanda per il servizio civile internazionale, desiderosa di vivere la “selvaggia” Australia, e la natura incontaminata che la caratterizza. Non avevo aspettative, se non quella di vivere pienamente questa esperienza ed imparare a superare molti dei miei limiti.

Il lavoro al patronato Acli mi ha permesso di incontrare tanti italiani, supportare attivamente la comunità italiana a Melbourne, e riscoprire il mio paese, attraverso i racconti di chi l’ha dovuto lasciare. E così in poco tempo, ho conosciuto le montagne di Asiago, la Roma sotto la dittatura fascista, Baarìa (proprio quella di Tornatore), e una Calabria più forte e viva che mai. L’esperienza in Australia, i racconti dei vecchi italiani sulla loro terra natia, il loro amore per l’Italia, hanno trasformato positivamente la mia opinione sul mio paese, e mi hanno reso ancora più felice di ritornare.

L’Italia ha un “background” culturale, unico ed inimitabile, composto da una miriade di storie e popoli diversi tra loro, passando dal Nord, fino ad arrivare al Sud (con differenze addirittura tra paesi a pochi km di distanza) ma uniti in un’unica lingua ed un unico sentimento comune di appartenenza. Un’identità che spesso dimentichiamo per insensati fanatismi regionali, o che rivendichiamo solo quando ci sentiamo minacciati dallo “straniero” che solca il Mar Mediterraneo per raggiungere la salvezza, che sia esso una persona in cerca di fortuna o che fugga da una guerra infame.

Questa ricchezza culturale e questa diversità, ora è anche patrimonio dell’Australia, che accogliendo centinaia di migliaia di immigrati italiani nella seconda parte del ‘900, ha assorbito non solo le loro forze, le loro braccia, che hanno contribuito non poco a sviluppare e costruire questo paese, ma anche la loro cultura, i loro dialetti, i loro modi di vivere. Tutto ciò ha condizionato lo sviluppo sociale, in molte città australiane, ed in particolare a Melbourne, per anni il centro dell’immigrazione italiana in Australia, modellando la cultura australiana, rendendola più incline all’esperienza del nuovo e della diversità.

Negli ultimi anni, tanti giovani europei hanno abbandonano le loro nazioni per inseguire il sogno australiano, e tanti altri sono emigrati e continuano ad emigrare in Europa. Ognuno di loro è alla ricerca di una vita migliore, ognuno vive a pieno il disagio della migrazione.

In questo girotondo di movimenti, l’unica costante che si ripete all’infinito, lungo l’asse temporale, è la consapevolezza di essere solo dei numeri. Non è facile, non è stato facile per i migranti di prima generazione e non lo è per noi, non lo sarà mai, perché non c’è cosa più difficile che essere strappati alla propria casa per andare verso ciò che non si conosce.

Oggi, “l’isola grande quanto un continente” è divenuta uno spettacolare mix di tradizioni e culture, che fa invidia a qualsiasi esperimento sociale.

Il fascino scaturisce da una miscela culturale che armoniosamente integra non solo culture nazionali differenti, come greci, cinesi ed italiani, ma che esalta le differenze all’interno delle stesse (come ad esempio le differenze regionali italiane).

Ho imparato a fare zuppe tailandesi, a preparare un matcha latte, a mangiare pizze dissacranti, e che regalare un rotolo di carta igienica ad un compleanno ad un giapponese è cosa ben gradita.

Vivere in questo connubio di culture fa bene e mi ha fatto bene, perché ho superato molti pregiudizi che avevo, ed imparato ad apprezzare ogni aspetto di questa umanità. Ed anche se può sembrare banale, vivere un’esperienza del genere apre la tua mente a nuove prospettive, a nuove idee e sensazioni, che mai avresti provato chiuso nel tuo angolo di mondo.

Io adesso posso dire di capire. Capisco chi è partito disperato cercando un appiglio in un’altra terra e chi ha solo voglia di vivere un’avventura. Capisco i miei coetanei, che sono disposti a raccogliere frutta pur di rimanere in questo paese lontano da tutto ciò che li ha fatti soffrire, capisco chi continua ad identificarsi in un mito e chi ha la forza di trasformare la propria vita in un capolavoro alla Charlie Chaplin. Capisco chi mangia la pizza con l’ananas e prosciutto, e chi si ostina a cercare il vero guanciale di Amatrice anche a Bangkok. Lo capisco perché in tutto ciò c’è una parte di me, di quell’umanità che ci rende tutti simili e parte di questo mondo.

Capisco che è tutto questo a renderci umani, vivi, coscienti di sé e del mondo e che abbiamo sia il diritto che il dovere di sentirci parte di un tutto.

Capisco questa diversità perché l’ho conosciuta in 365 giorni, in un solo tempo, in quel di Melbourne, a 16000 chilometri lontano da casa.

Generazione a titolo gratuito

di Rossella Giulia Caci – GA Modena

All’avvocato a cui era stato affidato l’incarico della ormai totalmente fallimentare campagna #fertilityday era garantito uno stipendio annuo di 236000€. Lo scrivo in lettere, duecentotrentaseimila euro. Ora, per cercare di salvare il salvabile, il ministro Lorenzin chiede pubblicamente ad esperti in comunicazione di partecipare alla campagna #fertilityday. Improvvisamente si apre una possibilità per mettere una persona vagamente competente al suo posto? A titolo gratuito, ovviamente.
Eh no, cara ministro. Non se ne può più di questi stages, progetti, e quant’altro. Ma come diavolo pensa che possa figliare un giovane e ormai anche un adulto fatto e finito se devono andare avanti a progetti, titoli gratuiti, visibilità eccetera?

Oppure anche semplicemente andare via dalla casa dei genitori o mangiare. Non mi sembra che i soldi manchino a giudicar gli stipendi nel pubblico e i macchinoni dei privati. Inoltre, questo sfruttamento cinico e spietato dei giovani ha un nome soltanto: schiavitù. Ecco cos’è, schiavitù. Tant’è vero che gli italiani giovani scappano all’estero a lavorare ormai da anni. Come può pensare che si possa voler bene a una generazione che dà 236000 euro all’anno a una persona dalle competenze molto dubbie e capacità alquanto discutibili, se presenti, mentre quella successiva dovrebbe lavorare gratis per mettere una pezza al non-lavoro di quello vecchio strapagato messo lì senza ragione apparente? Come si può rispettare una generazione, dall’alto della sua cattedra e stipendio, che ti dice che fare ricerca è un hobby? Che devi fare esperienza? Ma ci siete o ci fate?

Ma non temete. La vostra mancanza di visione strategica, per non dire l’oggettivo ben di peggio, porterà questo paese finalmente al definitivo, meritatissimo, sacrosanto collasso, quando non ci sarà quasi più nessuno in grado di lavorare per pagarvi stipendi, contributi, servizi ma soprattutto le vostre adoratissime pensioni. Dopo, forse e dico forse, si riuscirà a ricostruire questo paese e a farlo risorgere dalle sue ceneri, come l’araba fenice.

LAVORO E’… GIOVANI RESPONSABILI

 

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Di Angelo Vecchione – GA Napoli

“Lavoro è… responsabilità”: è questa la conclusione del Campo Estivo di Formazione “LAVORO E’…” tenuto a Napoli dai Giovani delle Acli Metropolitane di Napoli, a cui hanno partecipato giovani provenienti da tutta Italia e dal territorio campano. Il campo è stato introdotto dal Presidente delle Acli metropolitane Gianvincenzo Nicodemo insieme ai Responsabili dei Giovani delle Acli. I ragazzi hanno avuto l’opportunità di incontrare esperti sui diversi ambiti che afferiscono al mondo del lavoro: dalla condizione femminile (con la responsabile regionale del coordinamento donne delle Acli Anna Cigliano) ai temi del lavoro che diventa schiavitù con l’ Avv. Maurizio D’Ago, oltre al lavoro come impresa sociale: tra i relatori erano presenti anche testimonianze di giovani che hanno intrapreso percorsi formativi grazie alle Acli e di giovani che hanno avviato cooperative nell’ambito del Progetto Policoro della Conferenza Episcopale..

Il tema è ispirato dall’emergenza del nostro tempo, ed è stato scelto dai giovani stessi che si vogliono mettere in discussione attraverso le loro opinioni sul mondo che percepiscono, sulla loro realtà. Sono realtà diverse ma tutte uguali, piene di piccole esperienze, di paure, di speranze e di sogni.

Per quanto concerne il metodo di gestione delle attività formative, l’alternanza tra ascolto degli ospiti e momenti di discussione ha fatto nascere una consapevolezza nei ragazzi che esiste un mondo di adulti che li ascolta e che vuole stimolarli dandogli gli strumenti giusti e adatti ad affrontare le nuove sfide che il mondo ci ha messo davanti.

L’intreccio tra la tematica del lavoro e i temi trasversali proposti come la condizione femminile, l’immigrazione e la schiavitù, diritto del lavoro, auto imprenditorialità e Terzo Settore, ha permesso di poter spaziare con i ragazzi facendoglii considerare la complessità del tema a partire dalla domanda “cosa pensi della politica?” introdotta dal Coordinatore GA Nazionale Matteo Bracciali, alla domanda “Che diritti vorresti avere o adeguare sul lavoro?” dell’ Avv. Maurizio D’Ago.

Tra le testimonianze Anna con Vascitour, cooperativa che si occupa di turismo esperienziale, Andrea e Daniela con la loro associazione con cui coltivano e trasformano l’aloe, Stefania con la sua esperienze del Progetto Policoro. Il loro fervore nel raccontare la loro esperienza e come hanno deciso di intraprendere un percorso nuovo, ha fatto riflette i giovani partecipanti ai focus tanto da renderli curiosi sulle opportunità loro offerte.

ga1L’esperienza del Campo resta tangibile nei ricordi e nelle esperienze che ognuno porta con se e ai propri territori, solo così si riuscirà a muovere le conoscenze dei giovani creando una generazione responsabile di se stessi e resiliente.

La vergogna dei test di ammissione all’Università.

Riprendiamo il post su FB di Pietro Casalotto (GA Macerata) sull’abominevole prova di sbarramento per l’accesso alle facoltà a numero chiuso. Poche parole, a volte sono meglio di mille analisi.

“Interessante il caos della Giunta a Roma per carità, ma oggi come nel resto d’Italia è andato in scena l’ennesimo test che impedisce a 5 studenti su 6 di misurarsi con Medicina (e così sarà per tanti altri corsi).

Ancora non riusciamo a capire che dovremmo posticipare le selezioni al termine del 1° anno con criteri di merito (come l’aver superato tutti gli esami, il numero di Cfu ed eventualmente la media di voto) in base ai posti disponibili e al fabbisogno lavorativo nazionale, posticipando i laboratori al 2° anno.
Contando la % di abbandono al primo anno (2 anni fa era tra il 9 e il 10%), gli introiti enormi dalle tasse universitarie che permetterebbero un maggiore investimento sulle strutture e i benefici di fare una selezione sulle effettive materie di studio, questo sistema aumenterebbe la qualità di chi si avvia alla professione e soprattutto la piena consapevolezza di aver fatto una scelta corretta, che di certo non si può avere prima di iniziare.
Il numero chiuso così come è strutturato oggi è uno strumento dannoso e va modificato al più presto. Discorso a parte meriterebbe tutto ciò che riguarda i piani di studio, le modalità d’esame, l’orientamento.”

LA NUOVA IMMIGRAZIONE ITALIANA IN AUSTRALIA

 

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Di Matteo Zinanni, collaboratore presso il patronato Acli Melbourne

Sta destando sempre più interesse nella comunità italiana in Australia e nelle istituzioni il nuovo fenomeno migratorio proveniente dall’Italia verso il “nuovissimo continente” che solo nel 1606 fu “scoperto” dal navigatore olandese Willem Janszoon.

Un’immigrazione sicuramente diversa dal passato, molto più contenuta nei numeri e con caratteristiche diverse. I nuovi italiani hanno infatti un livello medio d’istruzione superiore a quello dei vecchi migranti, sono spesso residenti di breve periodo e sono spinti verso l’Australia non solo dalla volontà di riscattarsi economicamente e socialmente, come era per i vecchi italiani arrivati nel passato, ma anche dal desiderio di conoscere un mondo completamente nuovo.

Il motore della nuova immigrazione, oltre alla recente crisi finanziaria globale scoppiata alla fine del primo decennio del XXI secolo, è sicuramente il Working Holiday Visa(WHV), introdotto nel 2004. Il WHV è un visto particolarmente utilizzato dagli italiani perché permette di visitare l’Australia liberamente, con la possibilità di lavorare full-time, valido per un anno e rinnovabile per un secondo, ma solo se il richiedente ha svolto 88 giorni lavorativi in una delle fattorie o aziende segnalate dal governo australiano.

Soprattutto grazie a questo tipo di visto, la maggioranza dei nuovi migranti può permettersi di vivere l’Australia nella sua totalità, scoprendone la fauna e la flora uniche al mondo, e assaporando il dolce e l’amaro della società australiana.

Sono tante le difficoltà che devono affrontare questi nuovi migranti in Australia, soprattutto quando viene presa la decisione di rimanere per più dei due anni concessi dal WHV. Problematiche che sono dovute alle difficoltà di comprensione della società australiana, delle sue regole, delle sue leggi, della sua lingua e dei suoi costumi, oltre che alla debolezza che generalmente caratterizza nei primi tempi di residenza colui che sceglie di vivere più o meno stabilmente in una società diversa da quella di origine.

Nonostante gli ostacoli, molti di questi migranti vorrebbero rimanere. L’alto tenore di vita, le grandi opportunità lavorative, e la sensazione che il merito sia riconosciuto molto più che in Italia, fanno dell’Australia un nuovo Eldorado per i nuovi migranti italiani. Un Eldorado fatto di sudore, sangue e sacrifici, per costruire una vita migliore, non solo dal punto di vista economico.

Per i giovani migranti di oggi l’Australia rappresenta un sogno, un continente dove poter realizzare i propri desideri. Migranti molto più simili ai loro coetanei australiani che ai vecchi italiani venuti in Australia negli anni ’50 e ’80. Giovani che contribuiscono a costruire, non solo ipoteticamente, ma anche materialmente questo paese, e che vedono nei sacrifici di oggi il ponte per arrivare ad un domani sicuramente migliore.

A questo entusiasmo, a questi sacrifici, fa da contraltare l’assenza di una forte comunità italiana in Australia e di associazioni che si occupino dei nuovi migranti, se non in rari casi, aiutandoli nel viaggio verso una residenza permanente, che è spesso un percorso meramente individuale. Ciò è causato anche dall’incapacità dei nuovi arrivati di creare fenomeni associativi in grado di poterli rappresentare a livello istituzionale, non solo con il governo australiano ma anche con quello italiano.Per Australia

L’aumento del numero di migranti italiani in Australia nell’ultimo periodo, le sue caratteristiche di unicità e la complessità del fenomeno, hanno spinto il COMITES, Committee of Italians Abroad di Victoria e Tasmania, a commissionare alla Deakin University e alla Swimburne University un report sulla nuova immigrazione italiana in Australia, dal titolo, The Journey of ‘New Italian migrants’ (2004-2016) to Australia, gestito dal ricercatore Riccardo Armillei e dal professore Bruno Mascitelli.

Euro 2016: Parigi celebra il calcio!

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Di Milena Re e Valentina Piccoli, volontarie in Servizio Civile presso il Patronato Acli Parigi

 

Dal 10 giugno al 10 luglio si è svolta a Parigi la quindicesima edizione degli europei di calcio in Francia. Dieci sono state le città interessate dalle fasi finali del torneo: Lens, Saint-Denis, Parigi, Bordeaux, Lione, Nizza, Marsiglia, Tolosa, Saint-Étienne, Lilla e ventiquattro sono state le squadre a contendersi il titolo.

 

Già dal 10 maggio, e fino al 10 luglio, è stata allestita all’esterno dell’Hotel de Ville la mostra Football de légendes une histoire européenne che tramite gli scatti delle prodezze calcistiche di trenta tra i migliori calciatori di tutta Europa ci ha fatto rivivere la storia del calcio. Si ritrovano così in brevi testi firmati da scrittori, gli italiani Gianni Rivera nelle parole di Erri De Luca, Roberto Baggio nella descrizione di Roberto Saviano e i francesi Zinedine Zidane nel testo di Jean Philippe Toussaint e Michel Platini nel breve racconto che ne fa Bernard Pivot.

 

«Le Rendez-Vous» è stato lo slogan ufficiale della manifestazione e numerosi sono stati gli eventi collaterali che hanno animato per l’intero mese la città. Tra i primi appuntamenti il concerto di David Guetta del 9 giugno agli Champs-de-Mars per inaugurare la Fanzone della Tour Eiffel con milioni di persone pronte a cantare This One’s For You, canzone ufficiale del torneo. Le Fanzone, ad accesso gratuito, sono state allestite a Parigi e nelle diverse città della Francia per accogliere i tifosi con proiezioni dei match su maxischermo, animazione e zone interattive con «twitter wall».

La competizione si è aperta ufficialmente il 10 giungo con la cerimonia ufficiale allo Stade de France. Lo spettacolo, dedicato alla cultura francese, ha visto l’esibizione delle ballerine di can can, la musica di Edith Piaf e infine, la coreografia in cielo dell’Aereonautica militare francese.

Uno dei simboli degli europei di calcio è stato la Tour Eiffel, ogni sera illuminata con i colori della squadra più seguita sui social network.

acli parisSe il calcio è un’occasione per ritrovarsi e vivere le proprie origini, le Acli di Parigi hanno organizzato la proiezione delle partite presso la propria sede.  Questo è stato un modo per seguire e supportare la propria nazione, centrando uno degli obiettivi dell’associazione che è quello di essere un punto di riferimento per i migranti italiani all’estero.

 

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